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Lorenzo Dell’Oso ai pescaresi che vogliono andare all’estero: «Partite per tornare»

Lorenzo Dell’Oso, originario di Guardiagrele, ha vissuto i primissimi anni della sua infanzia a Francavilla, fino al trasferimento della sua famiglia a Pescara, dove ha frequentato elementari, medie e il Liceo classico “D’Annunzio”. Conclusi gli studi classici si è trasferito a Pavia dove ha frequentato l’Università di Lettere. A soli 23 anni si è stabilito in America dove svolge un’attività di studente ricercatore per il Dottorato di ricerca e di docente di lingue alla University of Notre Dame, vicino Chicago. Noi di PescaraPost lo abbiamo intervistato per conoscere meglio la sua esperienza fuori sede.

Lorenzo, come si è trovato a Pescara?

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«A Pescara ho avuto non solo la fortuna di crescere come persona e quindi coltivare amicizie ed esperienze ma anche di conoscere dei docenti, nel periodo del liceo, che hanno determinato il mio futuro. Durante i primi tempi delle superiori avevo in mente di diventare un avvocato o di intraprendere una carriera giuridica, invece gli ultimi anni di liceo sono stati fondamentali, perchè ho capito quale fosse la mia reale passione. E’ infatti stata una scelta di coraggio iscrivermi all’università di Lettere, soprattutto in Italia, perchè offre poche occasioni lavorative. Ho dovuto superare un esame di ammissione al collegio Ghislieri di Pavia, dove bisogna mantenere una media del 27 per 5 anni e dare tutti gli esami entro il termine prestabilito. In cambio, però, si ha un percorso di formazione di eccellenza e la possibilità di avere vitto e alloggio a titolo semi-gratuito o anche completamente gratuito. Io l’ho avuto gratuito per un paio d’anni».

Da quanto tempo è lontano dalla nostra città?

«Se contiamo gli anni di Pavia sono lontano da Pescara ormai da 7 anni. La possibilità di andare in America è giunta quando vinsi una borsa di studio per andare a studiare a San Francisco ma la abbinai ad un’esperienza di studente ricercatore in visita per sei mesi all’Università di Berkeley, in California e mandai molto semplicemente una mail al capo del dipartimento, il quale lesse il mio curriculum vitae e da lì è cominciato tutto. Sono rimasto per sei mesi e mi sono convinto della concreta chance di risiedere negli Stati Uniti molto probabilmente a tempo indeterminato perchè sto costruendo la mia carriera lì».

Di che cosa si occupa in America?

«Il mio obiettivo è quello di intraprendere una carriera accademica ovvero diventare ricercatore e docente universitario. Ho scoperto che in Usa c’è un approccio alla ricerca diverso dall’Italia, e questa diversità mi ha subito attratto. Quando mi sono trasferito in America avevo 23 anni e già avevo un ‘opportunità di insegnamento a livello universitario e anche una prima indipendenza economica perchè tuttora ricevo uno stipendio sia come docente di lingua italiana che come studente. Ho svolto due anni di Master of Arts, primo grado per il PHD che è il nome di un dottorato di ricerca che in Europa dura tre anni in cui lo studente è sostanzialmente solo perchè segue le direttive del suo docente di riferimento e scrive una tesi da completare entro il triennio mentre negli Stati Uniti il sistema è completamente diverso. Lì, un dottorato dura almeno 5 anni, pagato molto bene in media e lo studente è una parte effettiva dell’insegnamento e della ricerca in università. Anche in Italia il docente può chiedere allo studente di tenere delle lezioni, però in America si ha un ruolo effettivo nell’organico degli insegnanti, basti vedere il sito dell’Università che frequento, dove si può vedere “la mia faccia” nella facoltà di italiano insieme a docenti di fama internazionale».

Come si chiama l’Università in cui lavora?

«Ora sono all’Università di Notre Dame, a due ore da Chicago e quest’anno ho ricevuto alcune offerte da altre università anche molto note per continuare i miei studi, tra cui Yale, a cui ho detto di no perchè per il tipo di studi che sto portando avanti è molto meglio restare dove sono ora».

Che cosa le manca di Pescara?

«Di Pescara mi manca innanzitutto la famiglia, le amicizie d’infanzia che ho comunque mantenuto, il mare e l’italianità, che è un tratto che in America non esiste perchè nonostante sia un posto molto bello in cui vivere ne conosco pregi e difetti. Mi manca il carattere giocoso, gioioso a tratti e anche un pò disordinato della gente di Pescara, cosa che in America non c’è. Nonostante i suoi difetti, l’America è uno stato efficiente dove di tempo non se ne perde, il tempo è denaro e non si hanno molti momenti di svago, come dire, casuale. Lì anche lo svago viene stabilito: si lavora dalle 8:00 alle 17:00 e il divertimento comincia dalle 17:30 oppure il venerdì tutti staccano la spina. Non si ha quella casualità, tipica dell’essere italiano».

Che cosa non c’è della sua città, nel luogo in cui vive adesso?

«Innanzitutto il mare. Vivo in una città geograficamente diversissima da Pescara, molto vasta e fredda dove un centro anche culturale o ricreativo non c’è. Ci sono alcuni bar ma è una città piuttosto dispersiva, non c’è un punto di ritrovo che invece Pescara ha. Basti pensare alla zona della Riviera, Piazza Muzii, Corso Manthonè e quindi la nostra città da questo punto di vista offre molto soprattutto per quanto concerne l’aspetto culinario e climatico. Vivo in una città dove d’inverno le temperature toccano i meno 20 gradi, cosa che qui non accade. Mi manca anche molto la vicinanza montagna-mare che c’è solo in Abruzzo».

E’ vero che si vive meglio all’estero?

«Penso che all’estero si viva meglio nel lungo periodo, perchè all’inizio l’approccio è un pò traumatico in quanto si entra a far parte di un mondo sostanzialmente diverso, però nel luogo dove vivo io si vive bene, c’è meritocrazia, il riconoscimento del lavoro svolto, la solidarietà dei colleghi e tutto ciò alla fine paga. Non vivo in Italia da un pò di tempo però so da ciò che mi riferiscono che qui in Italia più sei giovane e più incontri ostacoli. Negli Stati Uniti, più sei giovane, più sei forte e hai la strada spianata. Una mia collega che ha un master in lingue e letterature romanze ha scelto di non proseguire la carriera universitaria come invece farò io ed è stata assunta come business coach a Miami, Florida, che è un tipo di carriera completamente diversa dalla formazione che ha ricevuto all’università. Ciò vuol dire che gli americani credono molto nella potenzialità dei giovani. Il fatto che una persona abbia studiato lettere non vuol dire che non possa vivere in un contesto aziendale. In America le persone cominciano gli studi di legge anche a 27 anni dopo una laurea in biologia! C’è l’idea che dai 19 ai 23 anni si debba fare ciò che si desidera, il che in 90 casi su 100 non preclude di intraprendere in seguito qualcosa di diverso, cosa che qui in Italia credo sia impossibile. Io stesso in California ho ricevuto offerte di lavoro dalla Apple, per esempio, il che vuol dire che si scommette sul giovane anche se poi c’è un lato negativo, perchè si ha l’idea che quando si inizia ad avere una certa età non si è più produttivi e comincia un periodo di declino. L’idea del successo personale è molto forte in America, si ha la tendenza ad essere ciò che si possiede e specie quando si vive nelle grandi città la prima domanda che viene rivolta al primo incontro è non tanto “come ti chiami” ma “what do you do?” (che lavoro fai), per vedere se dalla professione svolta si possono trarre o meno  dei vantaggi».

Ha avuto difficoltà ad imparare la lingua? 

«All’inizio non la conoscevo molto bene, ma alla fine del 2012 mandai una breve sinossi di una relazione che avrei voluto leggere a Boston e miracolosamente l’accettarono. Mi ritrovai a 22 anni a parlare in un convegno con professori di grande fama. Scrissi la mia relazione in inglese e la preparai per mesi facendomi aiutare da un amico inglese. Nel gennaio 2013 mi buttai e fu il mio primo giorno negli Usa. La prima cosa che dissi al convegno fu quella di chiedere scusa per il mio inglese, il che fu una mossa vincente perchè le persone in maniera bonaria sorrisero e ciò mi diede la scioltezza necessaria per fare una discreta figura. Da quel momento in poi sono stato sei mesi in California. Ogni giorno stilavo una lista di vocaboli che poi usavo in varie occasioni come al bar, all’università o con amici americani. Credo che, se si ha l’opportunità economica di farlo, una lingua debba essere praticata sul posto, unico modo per apprenderla al meglio».

Ha incontrato dei conterranei?

«Ho incontrato, specialmente a San Francisco dei conterranei straordinari, persone che hanno poco meno della mia età e che come me, direi anche più di me, si stanno affermando nel mondo del lavoro. Due amici teramani, il primo si chiama Alessio Mazzoni, lavorava nel mondo della finanza a San Francisco e si è trasferito a New York e un altro si chiama Emmanuel e addirittura lavora nell’azienda Twitter ed è una delle persone più brillanti che conosca.  Ho conosciuto anche un fondatore di Start Up, molto noto negli Usa per essere riuscito a vendere addirittura la sua Start Up ad Amazon. Il suo nome è Vincenzo De Nicola ed è una persona che mi ha accolto, è stato davvero molto disponibile con me. Non ho mai avuto problemi di integrazione qui, gli americani stessi mi hanno accolto bene».

Che messaggio vuoi lanciare ai lettori di PescaraPost che vogliono trasferirsi all’estero?

«Come disse Renzo Piano, “partire per tornare”, nel senso che l’obiettivo è quello di formarsi all’estero per poi dar qualcosa indietro al proprio Paese. L’Italia, per esempio, ha investito su di me. Io, però, sono un caso particolare perchè il mondo accademico è difficile, spesso vittima di baronie ma anche lo stesso Vincenzo Di Nicola, dopo aver avuto successo negli Stati Uniti, è tornato in Italia per dare un contributo al proprio Paese. Spero di essere in grado di fare lo stesso un giorno. Credo che se ce ne andassimo tutti, questo Paese resterebbe in mano a persone ignoranti, disinteressate, interessate a cose di natura essenzialmente personali, basti vedere gli scandali e appunto, se le persone nella classe dirigente non vedono più un modello morale e di amministrazione, di persone competenti che svolgono in maniera onesta il proprio lavoro, significa distruggere la nostra bellissima Italia. Non sono uno di quelli e ce ne sono moltissimi, specialmente negli Stati Uniti, che odiano l’Italia e la considerano quasi alla stregua di uno Stato in via di sviluppo cercando di dissacrarla, anzi, col mio lavoro cerco di portare la cultura e la civiltà italiana nel mondo insegnando la lingua italiana. Ergo, il mio messaggio è di andar via, ma a tempo determinato, per poi tornare e restituire qualcosa al nostro Paese. L’Italia ci ha dato un modo di essere che se qui è considerato normale, all’estero sarà sempre eccezionale. Gli italiani, a differenza degli altri Europei riescono sempre a distinguersi in qualsiasi Paese per creatività e valori».


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