Ultimo aggiornamento martedì 21 Feb 2017 21:15
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Il “Giudizio” di Loreto Aprutino [FOTO]

Girovagando per la provincia pescarese alla ricerca di luoghi e monumenti da visitare, capita di fare tappa a Loreto Aprutino; così scorgi da lontano Santa Maria in Piano, decidi di entrare, e rimani sbigottito nel renderti conto della gran quantità di affreschi che affollano il lato destro dell’edificio (Fig. 1). In quei pochi secondo il tuo cervello comincia a pensare che è stata una vera fortuna essere giunti fin lì, e ringrazi il caso e gli dei.
Ma non basta: perché voltandoti vedi qualcosa che davvero ti lascia di sasso, sbigottito ed estasiato: sulla controfacciata di Santa Maria in Piano si stende l’enorme, monumentale, spettacolare Giudizio Universale (Fig. 2) affrescato da qualche sommo artista verso la fine del Trecento e gli inizi del Quattrocento.

Per vedere la galleria di foto di Santa Maria in Piano, clicca sull’immagine qui di seguito:

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Un sommo artista, certo; ma un artista sicuramente aiutato da collaboratori capaci, in quella che poteva essere una bottega artistica di non trascurabili dimensioni – i capolavori della pittura monumentale che riempiono le pareti di tante chiese d’Italia non erano mai il prodotto di un solo artista; a causa delle enormi dimensioni, al lavoro c’era sempre una bottega più o meno ampia che agiva sotto la guida di un maestro, l’artista principale. Tutto ciò vale anche per il Giudizio Universale di Santa Maria in Piano, e per tutti gli affreschi di questa chiesa.
Chi mai poteva essere questo artista-maestro? In quali altre parti dell’Abruzzo ha operato? Domanda, quest’ultima, ovvia: perché un artista che, con la sua bottega, realizza un capolavoro come il Giudizio doveva essere un maestro affermato e richiesto – naturalmente, non è detto che tutte le sue opere abbiano superato i secoli e le distruzioni.
Da ciò, una domanda ulteriore: gli altri cicli affrescati della chiesa loretese – storie della Vergine e di Gesù, a cui si aggiungono quelle di San Tommaso e altri ritratti di santi (Fig. 3) – sono stati realizzati, almeno in parte, dalla bottega del Giudizio?
Entriamo qui in complicatissime questioni attributive su cui non possiamo soffermarci in questa sede: si può però dire che tutti gli affreschi sembrano decisamente rientrare nell’ambito della pittura tardogotica, dunque appartengono a uno stesso giro di anni.

Più sopra si è scritto che questo Giudizio è un capolavoro. Non abbiamo esagerato: a nostro modesto avviso, questo affresco grandioso è uno dei capolavori della pittura abruzzese.
E, si badi, questo lo diciamo nonostante il fatto che l’affresco non ci è giunto completo: a mancarci è la parte destra, quella con la rappresentazione dell’inferno coi diavoli e i dannati che scontano la loro pena e, molto probabilmente, con un grosso Satana a dominare il tutto. Insomma, non abbiamo più la zona coi maggiori “effetti speciali”, quella in cui gli artisti (si pensi alla cappella degli Scrovegni affrescata a Padova da Giotto) più si sbizzarrivano con trovate grottesche e perfino caricaturali.

Siamo di fronte a un capolavoro di naturalismo: si veda il (probabile) san Pietro che, sulla sinistra, si affaccia alla porta della Gerusalemme celeste e accoglie gli eletti; o ancora, poco più sotto, i tre vecchi che dialogano fittamente (Fig. 4); si noti l’altare sotto il Cristo giudice in mandorla, su cui sono posati gli strumenti della Passione, tutti colti “dal vero” quasi fossero elementi di una natura morta; che dire poi delle schiere di santi disposti sotto il Cristo che discutono tra loro, atteggiandosi nelle pose e nelle espressioni più diverse? (Fig. 5) Alcuni di essi, a ben vedere, sembrano più interessati a dialogare che a prestare attenzione all’incredibile evento che si sta svolgendo: come se la banale normalità di una semplice discussione fosse, per il nostro grande pittore, più interessante dello straordinario evento divino.
E ancora: corpi nudi colti in varie posizioni dinamiche, alberi e vegetazioni rigogliose e, magnifiche, le finte mensole prospettiche che, alla base del dipinto, hanno come il ruolo di sorreggerlo e, allo stesso tempo, di illudere lo spettatore che quello che sta vedendo è un qualcosa di reale – una “vera” rientranza nel muro che si apre su una scena che “davvero” si svolge sotto i nostri occhi. (Fig. 6) Che dire, poi, dell’incredibile dettaglio del cosiddetto “ponte del Capello”? Il ponte si restringe al centro, diventa sottile come un capello, così che solo gli eletti possono passarlo: un particolare rarissimo, che impreziosisce anche da un punto di vista iconografico la nostra opera (Fig. 7).

Per ora ci fermiamo qui; ma su questo capolavoro della pittura abruzzese avremo senza dubbio modo di tornare. Vogliamo concludere questo breve pezzo tornando a consigliarvi caldamente la visita di questo gioiello: capirete, tra le altre cose, che la storia dell’arte italiana è una cosa davvero ricchissima, che non si riduce ai soliti centri (Roma, Firenze etc.) e ai soliti “grandi nomi”.

Mario Cobuzzi

 

Arte e Parte è una rubrica di storia dell’arte abruzzese antica e contemporanea curata da Mario Cobuzzi e Marco Pacella, laureati in Storia dell’Arte alla Sapienza di Roma. Cobuzzi è autore del blog Kunst. Appunti di storia dell’arte; Pacella (Twitter: @marco_pacella) scrive di arte, fumetto e cultura su diverse testate online e quando può, come può, dipinge.